Moby Prince 1991. 24 anni senza giustizia!

Sono in treno di ritorno verso Torino, verso casa.

Ieri a Livorno si è celebrato il 24esimo anniversario della tragedia del Moby Prince che nel 1991 nella rada del porto di Livorno entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo.

L’impatto fu devastante il rogo che ne seguì provocò la morte delle 140 persone a bordo del traghetto.

Livorno è la città nella quale sono nato, dove ho vissuto per trent’anni, al tempo dei fatti avevo 11 anni eppure quella del Moby resta per Livorno una ferita aperta, mai sanata, un taglio nella coscienza e nella dignità di una città che aspetta da 24 anni verità e giustizia su una vicenda complessa e dai tratti inquietanti. Non sono chiare infatti le dinamiche dei fatti, le manomissioni avvenute sul relitto del Moby dopo il rogo, il ritardo dei soccorsi, la presenza di navi militari americane nella rada del porto di Livorno, la posizione della petroliera Agip Abruzzo, i furti e la scomparsa dei documenti e degli strumenti di segnalazione come il data logger, i registratori di rotta e quelli delle eliche.

È una di quelle vicende da ascrivere nel registro dei misteri italiani su cui non si vuole fare verità.

Da molti anni persone come Loris Rispoli, Presidente dell’Associazione 140, e Angelo Chessa dell’Associazione 10 aprile, figlio del comandante del Moby Ugo Chessa, entrambi familiari di vittime che persero la vita in quella strage, portano avanti una battaglia civile, culturale e giuridica per dare giustizia alle 140 vittime, alle loro famiglie e a tutti i cittadini.

Perché quella del Moby non è una questione solo livornese, riguarda tutta l’Italia e la sua ormai atavica e cronica incapacità di procedere in modo lineare, tempestivo e trasparente rendendo giustizia a fatti non ascrivibili a incidenti di percorso, bensì a vicende che coinvolgono altre e ben diverse dinamiche. Questo non è soltanto un mio pensiero, le vicende e gli atti processuali, sebbene ancora non ci siano colpevoli, lo dimostrano.

C’è sempre qualcuno da proteggere, una verità da tener nascosta per qualche misteriosa “ragion di stato” eppure essere un paese sano, civile, evoluto e democraticamente consapevole, a mio parere, significa avere l’assillo e la capacità di rendere giustizia difronte a fatti come questo, così come Ustica, le stragi di Stato e così via.

Sono storie da basso impero perché aprono sempre di più quella ferita ormai slabbrata tra i cittadini e la credibilità delle istituzioni, perché aprono e danno spazio a facili eppure motivati sentimenti populisti, perché vivono sull’arroganza di un sistema che pensa di non dovere rendere di conto al popolo e ai cittadini.

Ieri al corteo c’erano i familiari delle vittime, i cittadini, pochi a mio avviso, i rappresentanti delle istituzioni, tanti sindaci. Il mio è un augurio e un invito che rivolgo soprattutto alla classe dirigente politica che deve rappresentare un esempio di trasparenza e impermeabilità ai facili accrocchi di potere, ai rimestaggi di sottobanco. L’invito è quello ad aprire una nuova stagione del vivere la dimensione istituzionale, politica, pubblica affinché questa ferita aperta non diventi un’amputazione.

Come ogni 10 aprile torno a casa con un po’ di amaro in bocca. Come ogni 10 aprile credo ancora che la politica, l’impegno civico e culturale, le istituzioni, lo sforzo di scegliere da che parte stare anche con il proprio lavoro abbiano un senso e una necessità profonda.